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52 persone seguite (22 donne e 30 uomini) di 16 nazionalità diverse: 19 accompagnatə in procedimenti penali, e 33 in questioni inerenti l’iter di asilo o in procedimenti amministrativi e/o civili. 30 persone formate come mediatorə linguistico-culturali, in ambito anche penale. Sono i numeri del progetto ‘Fino a prova contraria’, realizzato dall’associazione ColtivAzione in partenariato con la cooperativa IndieWatch, con il contributo dell’Unione Buddhista Italiana (fondi 8×1000 – 2019).

Un progetto che ha avuto il suo momento fondativo nello sgombero della baraccopoli di Ponte Mammolo – dove i membri dell’equipe si sono conosciutə e hanno sperimentato l’approccio poi messo a sistema nel progetto – e della “Comunità della Pace” che la abitava: una vicenda che risale al 2015, ma che per i tempi lunghi della giustizia giunge fino al 2021, abbracciando anche l’intero sviluppo di “Fino a prova contraria”.

Numeri relativamente bassi, non certo collegabili a un intervento di massa: proprio questa si caratterizza come l’idea alla base del progetto. L’abbandono della logica generalizzante e omogeneizzante che spesso contraddistingue gli interventi aventi come target soggetti migranti, in funzione invece di un approccio che faccia “della relazione il principale materiale di lavoro”, come spiegano i membri delle due realtà coinvolte: questo il concetto da cui ha preso le mosse il progetto, sviluppato su due binari principali. 

Mediatorə: una figura essenziale

Oltre all’attività centrale di supporto socio-legale e tutela dei diritti, un secondo intervento si è sviluppato intorno alla figura dei mediatorə culturali: in tal senso il progetto ha formato 30 persone disoccupate o precarie. Figure che si sono rivelate fondamentali, fornendo di fatto chiavi di lettura imprescindibili tanto alle persone seguite dall’équipe, quanto ai professionisti coinvolti nel progetto: avvocati, operatori legali, medici, psicologi, periti. Una comprensione reciproca necessaria alla creazione di un essenziale rapporto di fiducia tra le parti, oltre che di un reale e attivo protagonismo dei beneficiari del progetto, messi finalmente in condizione di agire diritti e di partecipare al miglioramento della propria situazione, nella costruzione di un altro pilastro fondamentale del metodo alla base del progetto, ossia il “fare con” piuttosto che il “fare al posto di”.

Relazione e collaborazione: il motodo follow the people

L’approccio metodologico del progetto ha consentito all’equipe di occuparsi anche di aspetti collaterali allo specifico ambito di intervento, ma non meno centrali, anzi spesso propedeutici alla tutela e garanzia di diritti. È in questa chiave che l’équipe ha sempre cercato di non sostituirsi né ai beneficiari, né tantomeno ai professionisti già attivi nel percorso degli stessi, insistendo piuttosto, ancora una volta, sulla prassi metodologica del “fare con”. Laddove già presenti, figure essenziali come legali e assistenti sociali sono stati coinvolti nei percorsi di accompagnamento, e sostenuti dai mediatorə nella comprensione delle varie situazioni incontrate. Un approccio sistemico e cooperativo che ha consentito anche di mettere in rete servizi già attivi, istituzionali e non, al fine di raggiungere l’obiettivo primario, ossia il benessere della persona e la tutela dei suoi diritti. Come nel caso di Dawit – nome di fantasia – un rider, vittima di un incidente sul lavoro che il progetto ha supportato a 360 gradi: oltre a fornire un sostegno legale per il risarcimento per il danno subito a causa dell’incidente, ha accompagnato la persona anche nell’ottenimento di sussidi per il soddisfacimento di bisogni primari.

La difficoltà che Dawit ha riscontrato inizialmente è stata proprio il non sapere a chi rivolgersi, da dove partire, cosa poter chiedere e cosa no, a chi affidarsi, come districarsi tra i servizi sul territorio: – ricorda  Federica Nunzi, presidente dell’associazione ColtivAzione – ciò che ha permesso un salto di qualità nella relazione con la persona, è stato cercare insieme una soluzione a problemi avvertiti come pressanti, al pari di quelli che ne mettevano a rischio l’incolumità fisica. 

L’importanza di un approccio flessibile alle esigenze del soggetto – anche a quelle non sempre immediatamente visibili -, ed eterogeneo nella sua costruzione, si è rivelato particolarmente prezioso in situazioni di per sé si caratterizzate da una grande complessità di fondo, come ad esempio nel caso di donne nigeriane vittime di tratta e sfruttamento: qui il lavoro di squadra tra equipe progettuale, enti antitratta e centri antiviolenza ha permesso di destrutturare gli strumenti a sistema, al fine di renderli più efficaci. È questo il contesto in cui il progetto ha incontrato le storie (contenute nel report) di Naomi e Queen (nomi di fantasia): la prima, imputata per aggressione, è riuscita a dimostrare di essersi difesa e di essere al contrario parte offesa e vittima di violenza di genere; la seconda, di fatto costretta alla marginalità – e ancor più fragilizzata – da un sistema di accoglienza non in grado di tutelare i diritti delle accolte, nonostante tutto, con il sostegno del progetto, ha ritrovato la speranza dopo aver tentato in ogni modo di sottrarsi allo sfruttamento.

Ma i problemi non sono finiti – sottolinea Laura Boursier Niutta, operatrice del progetto “fino a prova contraria”, socia della coop. IndieWatch – le ragazze nigeriane sono soggette a una violenza strutturale, senza soluzione di continuità: oltre ogni confine, in ogni luogo, la costante di un potere maschile esercitato anche attraverso altre donne, in spregio a ogni orpello di emancipazione, risorse personali e voglia di riscatto, fa il paio con un contesto che segna la loro completa subalternità in quanto donne, nere, impure, sporche, prostituite eppure sfrontate, resistenti, “a petto in fuori e testa alta”, semplicemente “inaccettabili”.

Ragionando dunque non più come realtà singole e sganciate, ma come tasselli di un unico meccanismo, il progetto è riuscito a ottimizzare professionalità e saperi nell’ottica di un aumento del benessere della persona.

Risultati, più o meno attesi: “Mi sento fortissima adesso!” 

In un progetto, la valutazione assume un ruolo fondamentale. Permette di capire cosa ha funzionato e cosa, invece, è da cambiare; consente di ricalibrare gli interventi; mette in luce eventuali mancanze. Troppo spesso però la valutazione si ferma alle cifre: quanti beneficiari sono stati coinvolti, quanti servizi attivati, etc. Difficilmente si dà spazio ad aspetti meno quantificabili, eppure essenziali al benessere della persona, soprattutto se non rientrano nei risultati misurabili dell’intervento. Il rapporto sinergico e continuo con i mediatorə, figure essenziali e non ‘strumenti’, ha dato spazio non solo a una necessaria intellegibilità reciproca tra servizi e beneficiari: ha ridato dignità al background dei soggetti riconoscendone la soggettività, il protagonismo all’interno della società. “Ora non sto più sola y soy mas forte”, scrive una beneficiaria. Una frase che racchiude tutta la portata del metodo messo a sistema dal progetto.

Per info:

Federica Nunzi, Associazione ColtivAzione: [email protected]

Laura Boursier Niutta, coop. IndieWatch: [email protected]