L’ITALIA (SI)CURA: DIRITTO ALLA SALUTE, DISCREZIONALITÀ, CONTROLLO

Luglio 13th, 2021|

La prima ricerca (partecipata) sul permesso per cure mediche ex art. 19 comma 2 lett. D-bis del TUI: un permesso “al femminile, residuale e precario”. Necessario chiarire modalità di rilascio, formare le autorità competenti e raccogliere informazioni pertinenti sui paesi di origine.

La pubblicazione, a cura della Cooperativa IndieWatch, rappresenta solo un primo passo, un primo contributo verso l’analisi dell’uso del permesso di soggiorno per cure mediche. Nonostante si individuino tendenze e si facciano ipotesi più che tirare conclusioni, dall’analisi risulta chiaro che occorre: interpretare questa tipologia di permesso di soggiorno nella sua accezione più ampia che permetta di considerare la complessità delle problematiche inerenti il benessere psico fisico e tuteli in maniera effettiva il diritto alla salute dell’individuo e della comunità,  questione ancora più significativa considerando il periodo di emergenza sanitaria attuale; sviluppare, rendere pienamente accessibile e sistematizzare un database con le informazioni relative ai sistemi sanitari e all’effettiva accessibilità degli stessi nei paesi di origine (coinvolgendo necessariamente le persone migranti); formare adeguatamente il personale addetto alla valutazione del rilascio (questure e Commissioni Territoriali), considerando l’imprescindibile centralità di competenze interculturali e di strumenti atti alla lettura di storie, contesti e sistemi di cura radicalmente diversi, ma di pari dignità e fondamentali nell’identificazione di rischi e di un pregiudizio per la salute in caso di rimpatrio. Inoltre è necessaria una circolare del Ministero dell’Interno di chiarimento sugli aspetti critici della procedura – sottolineano i ricercatori di IndieWatch e Laboratorio53 -: sono necessarie precise indicazioni sulla procedura da istruire e sulla certificazione medica da produrre;  sui criteri per l’accesso (rivolte in particolare alle questure); sui criteri di rilascio di tale titolo di soggiorno in sede di esame  delle domande di protezione internazionale al fine di evitare “un automatismo al ribasso” in presenza della certificazione di “gravi condizioni psicofisiche”.

La prima parte si apre con elementi di contesto, imprescindibili per comprendere la portata parziale dello studio, a causa di una strutturale penuria di dati e di un permesso troppo giovane per andare oltre “ipotesi” e rilevare altro, oltre a “tendenze”.

Il testo prosegue con una breve disamina della garanzia del diritto alla salute nel nostro ordinamento e, passando attraverso l’analisi dei dati raccolti relativi al permesso di soggiorno per cure mediche ex art.19 comma 2 lett. d bis TUI – istanze presentate, rilasci e rigetti – su tutto il territorio italiano (grazie ad accessi FOIA su tutte le questure provinciali), giunge a prendere in considerazione le prassi differenziate e arbitrarie delle questure e la spinosa questione della certificazione medica. Dall’analisi dei dati emerge un permesso “al femminile, residuale e precario”: dalla nascita del permesso (ottobre 2018) fino al giugno 2020 (data di rilevazione) sono state presentate 8219 istanze, rilasciati 3528 permessi (2369 donne; 1159 uomini) e rigettate 140 richieste. Dai dati ricevuti dal Servizio Centrale risulta che dal 1 gennaio 2019 al 7 luglio 2020 sono stati accolti nel Siproimi (ex SPRAR, ora SAI) solo 46 titolari del pds per cure (presenti in 39 al momento della rilevazione).

In questo contesto trova spazio anche l’esposizione di uno dei casi studio seguiti direttamente dai ricercatori, nel corso di due anni di battaglie legali che hanno portato l’interessato all’ottenimento del permesso, e le associazioni scriventi a prendere coscienza dell’assoluta necessità di realizzare un primo studio di approfondimento.

È il caso di Bakari (nome di fantasia). L’epatite B, patologia estremamente diffusa nella popolazione straniera, è emersa nella sua forma cronica nel 2017, anno in cui il medico curante definisce un primo piano terapeutico della durata di un anno e il cittadino straniero ottiene una esenzione per patologia. Il piano terapeutico prevede controlli ematici ed ecografici regolari e somministrazione giornaliera di un farmaco che il paziente deve regolarmente ritirare presso la Asl di appartenenza (30 pastiglie per la durata di un mese). Nell’aprile 2019 l’epatite B evolve in cirrosi epatica e pertanto viene prolungato il piano terapeutico per un altro anno. Nel frattempo, nel giugno 2019, essendo diventato irregolare sul territorio, Bakari fa richiesta di permesso di cure mediche ex art. 19 co.2 lett. d-bis TUI grazie all’assistenza di una legale di fiducia. L’istanza mette in evidenza la gravità della malattia e le ripercussioni sulla salute del richiedente – mediante piani terapeutici e 3 certificati medici di struttura pubblica, nonché una relazione antropologica su accesso alle cure e al farmaco nel paese di origine – in caso di interruzione o di rientro nel paese di origine, in quanto non avrebbe accesso alle cure mediche.

Inizia così un grottesco groviglio di atti e comunicazioni della questura che evidenzia l’arbitrarietà legata alle procedure di rilascio dei permessi di soggiorno, nonostante le chiare indicazioni normative e del Tribunale. Nel caso in esame la questura di Roma arriva addirittura a revocare in autotutela il provvedimento di rifiuto di rilascio del permesso di soggiorno per cure mediche, notificando successivamente un nuovo provvedimento di rigetto identico a quello di un anno prima. La legale di fiducia procede quindi a una nuova diffida nei confronti della questura che rilascia un permesso provvisorio nelle more della decisione del giudice, che nel marzo 2021, accoglie il ricorso e impone il rilascio del permesso di soggiorno per cure mediche.

Nella seconda parte il testo si concentra sulla connessione tra dinamiche migratorie, salute e la sottile violenza strutturale che si nutre di discriminazioni e diseguaglianze. A partire dall’impossibilità di misurare la sofferenza con soli indici e indicatori, si tenta di dare un contributo sulla strada della piena decolonizzazione del nostro approccio alla salute.

Riferendoci quindi alla disabilità (assunta come paradigma di “gravi condizioni psico-fisiche o derivanti da gravi patologie”) in contesti di origine diversi e in culture altre si proporrà l’indagine del “ruolo del malato” nella società di appartenenza e di quelle che – seguendo Pasquarelli e Ravenda – abbiamo chiamato “eziologie politiche”, al fine di una corretta valutazione dei presupposti per il riconoscimento di una forma di protezione / permesso per cure.

Il testo si chiude con le HealthCoi, delle Country Origin Information che abbiamo chiamato Health – distinguendole dalle MedCoi – al fine di porre in rilievo la necessità di riferirsi non a standard medici e ai soli sistemi sanitari, ma alla salute globalmente intesa – e quindi alle cd. determinanti distali e prossimali -, mettendo al centro la persona e il sistema di relazioni che la lega al suo mondo.

Le schede paese in appendice vedono l’approfondimento di quattro tra i principali stati di origine delle persone migranti in Italia: Bangladesh, Gambia, Senegal e Tunisia.

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